Sindrome dell’impostore: sentirsi un impostore anche quando si ha successo
Sindrome dell’impostore: sentirsi un impostore anche quando si ha successo
Introduzione
Hai raggiunto un obiettivo importante. Un traguardo professionale, un riconoscimento, una promozione. Eppure, invece di sentirti soddisfatto, dentro di te emerge un pensiero silenzioso: “Non sono davvero all’altezza”.
Temi che prima o poi qualcuno si accorga che non sei così competente come sembri. Vivi il successo con tensione più che con gioia.
Questa esperienza è molto più comune di quanto si pensi e prende il nome di sindrome dell’impostore. Non è una diagnosi clinica, ma un vissuto psicologico che può accompagnare persone brillanti, preparate e responsabili.
Comprenderla significa fare un primo passo verso una relazione più equilibrata con se stessi.
Che cos’è la sindrome dell’impostore
La sindrome dell’impostore è la tendenza a dubitare costantemente delle proprie capacità, attribuendo i successi a fattori esterni come fortuna, caso o benevolenza altrui.
Chi la vive può:
- Minimizzare i risultati raggiunti
- Sentirsi inadeguato rispetto al ruolo ricoperto
- Temere di essere “smascherato”
- Vivere l’errore come prova definitiva della propria incompetenza
All’esterno può apparire sicuro e competente. All’interno, però, si sente fragile e in bilico.
Non riguarda solo chi è all’inizio della carriera. Può emergere anche in professionisti affermati, studenti eccellenti, imprenditori, genitori. Il successo, paradossalmente, può aumentare l’ansia invece di ridurla.
Cause e meccanismi psicologici
Le radici della sindrome dell’impostore sono spesso profonde e si intrecciano con la storia personale.
1. Modelli educativi esigenti
Crescere in contesti dove l’attenzione è focalizzata solo sui risultati può portare a sviluppare un’idea condizionata di valore: “Valgo solo se performo”.
2. Perfezionismo
Chi ha standard molto elevati tende a non sentirsi mai abbastanza preparato. Ogni risultato è vissuto come “non sufficiente”.
3. Confronto costante
In ambienti competitivi il paragone con gli altri può diventare continuo, alimentando la sensazione di essere sempre un passo indietro.
4. Paura del giudizio
Il timore di deludere le aspettative può portare a vivere ogni nuova responsabilità come una prova rischiosa.
A livello psicologico, si crea un circolo vizioso:
successo → attribuzione esterna → aumento delle aspettative → ansia → nuovo successo non interiorizzato.
Il risultato è una autostima fragile, che non si nutre delle esperienze positive.
Segnali e manifestazioni nella vita adulta
La sindrome dell’impostore può esprimersi in modi diversi:
- Preparazione eccessiva prima di ogni compito
- Difficoltà ad accettare complimenti
- Sensazione di “recitare un ruolo”
- Ansia anticipatoria prima di nuove sfide
- Sovraccarico lavorativo per dimostrare il proprio valore
In ambito professionale può favorire il rischio di burnout, perché la persona tende a non fermarsi mai. Nelle relazioni può emergere come difficoltà a mostrarsi vulnerabili, per paura che gli altri cambino opinione. Anche nel contesto di Roma, dove molti ambienti lavorativi sono altamente competitivi, questo vissuto è sempre più frequente tra giovani professionisti e adulti con ruoli di responsabilità.
Come riconoscerla in sé: uno spazio di auto-osservazione
Può essere utile fermarsi e porsi alcune domande:
- Riesco a riconoscere i miei meriti senza giustificarmi?
- Quando ricevo un complimento, lo accolgo o lo sminuisco?
- Vivo ogni errore come una conferma della mia inadeguatezza?
- Ho paura che gli altri scoprano che “non sono abbastanza”?
Osservare questi pensieri senza giudicarli è già un passo importante. Spesso non ci accorgiamo di quanto il dialogo interno sia severo e poco compassionevole. La consapevolezza permette di interrompere automatismi radicati.
Strategie psicologiche e interventi possibili
Affrontare la sindrome dell’impostore non significa diventare improvvisamente sicuri di sé, ma costruire un senso di valore più stabile e realistico.
Alcuni passaggi utili possono essere:
Riconoscere il dialogo interno critico
Imparare a distinguere tra fatti oggettivi e interpretazioni svalutanti.
Integrare i successi
Tenere traccia dei risultati raggiunti aiuta a renderli concreti e interiorizzabili.
Ridimensionare il perfezionismo
Accettare che la competenza non coincide con l’assenza di errore.
Sviluppare auto-compassione
Trattarsi con la stessa comprensione che riserveremmo a una persona cara.
In psicoterapia, questi aspetti vengono esplorati all’interno di una relazione sicura, dove è possibile mettere in parola paure e insicurezze senza sentirsi giudicati.
Il percorso non punta a “eliminare” il dubbio, ma a renderlo proporzionato e gestibile.
Quando può essere utile chiedere aiuto
Se la sensazione di essere un impostore:
- limita le scelte professionali
- impedisce di accettare nuove opportunità
- genera ansia costante
- compromette il benessere personale
può essere utile confrontarsi con uno psicologo.
Uno spazio terapeutico permette di comprendere le radici di questa insicurezza e di rafforzare un senso di identità più solido.
Anche nel quartiere Monteverde, a Roma, molte persone scelgono di intraprendere un percorso per lavorare su autostima e perfezionismo in modo strutturato e rispettoso dei propri tempi.
Chiedere supporto non è un segno di debolezza, ma un atto di consapevolezza.
Conclusione: imparare a sentirsi legittimi
La sindrome dell’impostore racconta qualcosa di profondo: il desiderio di essere riconosciuti e, allo stesso tempo, la paura di non meritare quel riconoscimento.
Imparare a sentirsi legittimi nel proprio ruolo è un processo graduale.
Significa integrare competenze e fragilità, accettare che il valore personale non dipende solo dalla performance e concedersi il diritto di occupare il proprio spazio.
Il successo può essere vissuto con serenità quando non è più una prova da superare, ma una tappa di un percorso umano più ampio.
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