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Ti è mai capitato di sentire il cuore accelerare all’improvviso, il respiro farsi corto, la testa girare e il pensiero: “Sto per svenire… o peggio”? Un attacco di panico può arrivare come un’onda rapida e travolgente. È spaventoso, ma affrontabile: capire cos’è , quanto dura e cosa fare nell’immediato è il primo passo per tornare a sentirsi al sicuro nel proprio corpo. Cos’è un attacco di panico (e come si differenzia dall’ansia) L’attacco di panico è un picco acuto di ansia che compare bruscamente e raggiunge l’intensità massima in pochi minuti, con sintomi fisici e cognitivi molto intensi. A differenza dell’ansia “di fondo”, più diffusa e prolungata, il panico è breve, improvviso e a picco : il corpo attiva una risposta d’allarme (lotta/fuga) anche se non c’è un pericolo reale. Non è “pericoloso” in sé, ma può sembrare tale perché mima segnali fisici importanti (tachicardia, vertigini, respiro corto). Proprio questa interpretazione catastrofica (“Sto avendo un infarto”, “Impazzirò”) alimenta il circolo vizioso del panico. Sintomi tipici: come si presenta I sintomi possono variare da persona a persona. I più comuni sono: Cuore : tachicardia, palpitazioni, senso di battito irregolare Respiro : fiato corto, iperventilazione, nodo alla gola Corpo : tremori, sudorazione, vampate o brividi, nausea, formicolii Testa : capogiri, senso di sbandamento, derealizzazione (tutto sembra “strano”) o depersonalizzazione (mi sento distaccato da me stesso) Pensieri : paura di morire, di perdere il controllo o di impazzire Un singolo sintomo non “fa” un attacco di panico: è l’insieme, l’intensità e il vissuto di catastrofe imminente a definirlo. Quanto dura davvero (e perché sembra infinito) Nella maggior parte dei casi il picco di un attacco di panico dura 10–20 minuti , poi si esaurisce gradualmente. Può capitare che i sintomi residui (stanchezza, ipervigilanza) perdurino più a lungo , ma non sei più nel picco del panico. Perché sembra interminabile? Perché l’ interpretazione catastrofica dei segnali corporei mantiene l’allarme acceso: si innesca un controllo ansioso del battito, del respiro, delle sensazioni — e ogni variazione viene scambiata per “prova” che stia accadendo qualcosa di grave. Cosa fare subito: 5 mosse pratiche Quando l’onda arriva, non serve “vincere” il panico: serve lasciarlo passare in sicurezza , senza aggiungere carburante con pensieri catastrofici o iper-controllo. Piantati a terra (grounding 5–4–3–2–1) Nomina 5 cose che vedi, 4 che senti con il tatto, 3 suoni, 2 odori, 1 gusto. Riporta l’attenzione dentro i sensi. Respirazione diaframmatica “4–2–6” Inspira dal naso 4 secondi, pausa di 2, espira dalla bocca per 6 secondi. Ripeti per 2–3 minuti. L’espirazione lunga frena il sistema d’allarme. Rassicura con frasi ancoranti “È un attacco di panico, passa sempre. Il mio corpo sa cosa fare. Posso restare qui e lasciarlo scendere”. Rilassamento muscolare “a onde” Contrai per 5 secondi spalle/mani, poi rilascia; scendi a petto/addome, poi gambe/piedi. Il corpo “impara” che può sciogliere la tensione. Micro-esposizione in sicurezza Se stai fuggendo da qualche situazione temuta, prova a restare 1–2 minuti in più, accompagnandoti con il respiro. È un primo mattone per spezzare l’evitamento . Suggerimento: prepara una card d’emergenza nel telefono con questi passaggi. Più la usi, più il cervello la riconosce come “procedura”. Perché tornano? Il ruolo dell’evitamento e dell’ipervigilanza Dopo i primi episodi è comune evitare luoghi o attività associate al panico (supermercati, mezzi pubblici, code, sport). L’evitamento dà sollievo nel breve , ma mantiene il problema: conferma al cervello che quei contesti sono pericolosi. Anche l’ ipervigilanza corporea alimenta il circolo: controllare di continuo il battito o il respiro porta a cogliere ogni minima variazione, interpretandola come minaccia (“Ecco, ci risiamo”). Il lavoro terapeutico mira a spezzare questo circuito. Terapie efficaci: cosa funziona davvero La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) ha solide evidenze per attacchi di panico e disturbo di panico. Gli ingredienti principali: Psicoeducazione Capire come funziona il panico (sistema d’allarme, iperventilazione, interpretazioni catastrofiche) riduce il timore dell’ignoto. Ristrutturazione cognitiva Si imparano domande-chiave (“Quali prove ho che sto avendo un infarto?” “Quante volte è già passato?”) e si costruiscono letture alternative più realistiche. Esposizione graduale Due fronti: Enterocettiva (ricreare in terapia sensazioni corporee innocue: salire le scale per accelerare il battito, respirare con una cannuccia per sentire “fiato corto”, girare su sé stessi per i capogiri) così il corpo disimpara la paura delle sensazioni; In vivo (tornare progressivamente nei contesti temuti — metro, supermercato, autostrada). Gestione del respiro Allenare respirazione diaframmatica e tolleranza alla sensazione di “fiato corto” riduce gli allarmi falsi. Piano anti-evitamento Piccoli obiettivi settimanali, monitoraggio dei progressi e rinforzo delle esperienze di successo. Molte persone sperimentano miglioramenti già nelle prime settimane quando seguono con costanza il piano concordato con il terapeuta. Quando rivolgersi a uno psicoterapeuta Se gli attacchi sono ricorrenti o inizi ad evitare attività/luoghi; Se vivi nell’ attesa del prossimo episodio (ansia anticipatoria); Se l’ansia impatta su lavoro, studio o relazioni; Se desideri un metodo strutturato per uscirne, invece di strategie estemporanee. Un percorso psicoterapeutico ti aiuta a mappare i fattori scatenanti , a lavorare sulle interpretazioni catastrofiche e a costruire esposizioni calibrate , sempre nel rispetto dei tuoi tempi. Domande frequenti Posso svenire durante un attacco di panico? È piuttosto raro: nel panico la pressione tende a salire , mentre lo svenimento è più tipico di cali pressori. La sensazione di “testa leggera” è comune ma non significa che sverrai. E se mi succede mentre guido o sono in fila? Applica le mosse pratiche : respira “4–2–6”, grounding sensoriale, frasi ancoranti. Se guidi, accosta in sicurezza e aspetta che il picco cali (di solito in pochi minuti); poi riparti quando ti senti stabile. Devo evitare caffè o sport? La caffeina può aumentare i sintomi corporei; valuta di ridurla. Lo sport è un alleato: abitua il corpo a sentire battito accelerato e respiro attivo in un contesto sicuro. Tornare a sentirsi al sicuro Gli attacchi di panico passano , sempre. La differenza la fa ciò che facciamo mentre accadono e come ci alleniamo tra un episodio e l’altro . Con strumenti mirati e un percorso terapeutico adeguato puoi uscire dal circolo paura–evitamento–paura e riprendere spazi di libertà : guidare, fare la spesa, viaggiare, allenarti, vivere. Stai vivendo episodi di panico o l’ansia sta limitando le tue giornate? Parliamone: insieme possiamo costruire un piano su misura (respiro, esposizione graduale, ristrutturazione dei pensieri). Prenota un colloquio su psicologomonteverde.it .

La scelta tra psicoterapia online o in presenza non è una questione di moda, ma di aderenza ai bisogni reali della persona. Per alcune situazioni la video-seduta è comoda e altrettanto efficace; in altre, l’incontro in studio offre garanzie e sfumature difficili da replicare a distanza. In questa guida esploriamo quando conviene l’online, quando è preferibile incontrarsi in presenza, come si tutela la privacy e come decidere in modo informato, anche con un modello ibrido che combina i due formati. Quando scegliere la psicoterapia online L’online è indicato quando il problema clinico è compatibile con un lavoro centrato su dialogo, strategie di regolazione emotiva e compiti tra una seduta e l’altra. Funziona molto bene in caso di ansia, gestione dello stress, gestione e risoluzione degli attacchi di panico con protocolli graduali concordati, insonnia, difficoltà relazionali e perfezionismo. È ideale per chi viaggia spesso per lavoro o studia fuori sede, per chi ha orari irregolari, per genitori che fanno fatica a incastrare gli impegni, per persone con disabilità motorie o che abitano lontano dallo studio. C’è un altro vantaggio spesso sottovalutato: la continuità. Nelle fasi delicate, poter fare la seduta anche quando si è fuori città evita interruzioni che potrebbero rallentare o frammentare i progressi. Inoltre, alcune persone si sentono più a loro agio nel parlare da un ambiente familiare, soprattutto nelle prime fasi in cui rompere il ghiaccio è la parte più difficile. Quando è meglio la psicoterapia in presenza Ci sono quadri clinici e condizioni di contesto per cui l’incontro in studio è preferibile. Se il livello di rischio è alto, se c’è bisogno di coordinare interventi con servizi territoriali o medici, se sono presenti ideazioni di autolesione, se l’ambiente domestico non garantisce privacy, la seduta in presenza offre maggiori margini di contenimento. È consigliata anche quando si desidera integrare tecniche che richiedono spazio fisico o materiali specifici, oppure quando la relazione terapeutica beneficia molto delle informazioni non verbali percepite più chiaramente faccia a faccia. Talvolta non è il problema a orientare la scelta, ma il momento del percorso. La fase di valutazione iniziale, o alcuni passaggi emotivamente intensi, possono trarre vantaggio da una o più sedute in studio per rafforzare la cornice e definire i confini del lavoro. Come si svolge una seduta online in modo professionale Una seduta online di qualità non è una videochiamata improvvisata. Si utilizza una piattaforma stabile con link personale e sala d’attesa virtuale, si concordano orario e durata come in studio e si predispone un piano B in caso di problemi tecnici. Il paziente si assicura uno spazio riservato, con porta chiusa e cuffie; il terapeuta fa lo stesso nel proprio studio. La documentazione clinica e il consenso informato vengono gestiti in formato digitale, con indicazioni chiare su trattamento dei dati, archiviazione e assenza di registrazione senza accordo esplicito. La qualità della connessione si può testare nei primi minuti dell’incontro e, se necessario, si riduce il video per privilegiare la stabilità dell’audio. In caso di interruzione, ci si riconnette allo stesso link; se il problema persiste si conclude tramite telefonata e si recupera eventualmente il tempo perso nella seduta successiva. Anche i pagamenti e le ricevute sono tracciati in forma elettronica, come avviene per le prestazioni in studio. Pro e contro a confronto Vantaggi dell’online: accessibilità logistica, zero trasferimenti, facilità di incastrare agenda e terapia anche nelle settimane più dense. Maggiore possibilità di continuità, utile nei momenti di fragilità o durante eventuali trasferte. Possibilità di scegliere il professionista più adatto anche se geograficamente distante. Per alcune persone, minore inibizione nel parlare da casa propria, con una soglia d’ingresso più morbida nelle prime sedute. Limiti dell’online: possibile fatica da schermo, gestione delle distrazioni domestiche e delle interferenze tecniche, difficoltà a garantire privacy se si condivide l’abitazione. Per alcuni temi, la piena sintonizzazione emotiva può richiedere qualche attenzione in più. In determinati casi clinici o in momenti critici, la presenza fisica resta preferibile per contenimento e sicurezza. Vantaggi della presenza: ricchezza del canale non verbale, ritualità dell’arrivare in studio che aiuta a segnare confini e tempi della cura, possibilità di integrare materiali e tecniche specifiche, maggiore protezione della privacy grazie a uno spazio neutro già predisposto. Per molte persone, varcare la soglia e sedersi in una stanza dedicata favorisce un senso di impegno e continuità. Limiti della presenza. Spostamenti, tempi di percorrenza, costi indiretti, difficoltà logistiche nelle settimane complicate. Se queste barriere generano troppe assenze o pause, la qualità del percorso può risentirne e in questi casi introdurre una parte online diventa un forte fattore di protezione della continuità. Modello ibrido: alternare online e studio La scelta non deve essere necessariamente o bianco o nero. Molti percorsi funzionano bene in versione ibrida. Si può iniziare in presenza per costruire alleanza e cornice, e poi alternare con l’online per mantenere regolarità quando gli impegni aumentano. Viceversa, si può cominciare online e inserire momenti in studio al passaggio di fase, per rivedere obiettivi, affrontare temi più intensi o fare un lavoro più esperienziale. Una regola pratica è concordare insieme la logica dell’alternanza. Ad esempio: una seduta in presenza ogni quattro online per fare il punto e calibrare la rotta; oppure blocchi tematici in presenza quando servono strumenti specifici, seguiti da follow up online. Importante è valutare periodicamente come sta andando il formato, con due domande semplici: sta sostenendo il lavoro, o lo sta complicando; cosa serve adesso per renderlo ancora più utile. Checklist per decidere in cinque domande in quale formato è più facile garantire regolarità nelle prossime otto settimane? la mia abitazione offre uno spazio sufficientemente riservato o rischio interruzioni e perdite di privacy? il mio problema richiede strumenti o setting che trarrebbero vantaggio dalla presenza fisica? come mi sento più a mio agio nel parlare di temi delicati? cosa suggerisce il terapeuta rispetto alla fase del percorso in cui mi trovo? Queste domande non danno una risposta unica e universale, ma aiutano a spostarsi dal “cosa è migliore in assoluto” al “cosa è più adatto a me, adesso”. La decisione può cambiare nel tempo: ciò che conta è la coerenza tra formato, obiettivi e qualità della relazione terapeutica. Domande frequenti E se cade la connessione? Si tenta immediatamente di rientrare; se non è possibile, si passa alla telefonata per chiudere i punti chiave e si concorda il tempo da recuperare. Se vivo con altre persone? È possibile fare terapia online anche in condivisione di appartamento. Funzionano le cuffie chiuse, un rumore bianco a bassa intensità alla porta, l’uso di una stanza che si può chiudere e la scelta di un orario in cui la casa è più tranquilla. Si può lavorare su traumi a distanza? In molti casi sì, con protocolli specifici e una cornice molto chiara. In altri momenti può essere indicato spostarsi in presenza; la valutazione è clinica e condivisa. Posso alternare i formati? Sì. La flessibilità aumenta la probabilità di mantenere la frequenza e la motivazione. È utile concordare come e quando alternare, e rivedere ogni due o tre mesi se la formula resta la migliore per gli obiettivi in corso. Come lavoro nel mio studio a Roma – Monteverde Nel mio studio offro percorsi in presenza e online, con la possibilità di combinarli. Iniziamo con una valutazione chiara degli obiettivi, concordiamo frequenza e formato, definiamo la cornice di privacy e gli aspetti pratici. Se durante il percorso cambiano i bisogni o insorgono ostacoli logistici, ritariamo il formato senza perdere continuità. L’idea guida è semplice: la forma della terapia deve essere al servizio del contenuto, non il contrario. Quando il formato sostiene l’impegno e la sicurezza, la persona può concentrarsi sul lavoro che conta davvero. Vuoi capire quale modalità fa per te in questo momento? Prenota un colloquio conoscitivo e definiamo insieme obiettivi, formato e primo passo utile, in presenza a Roma – Monteverde o online.

Il trauma psicologico è una ferita emotiva che può alterare profondamente la percezione di sé e del mondo. Non riguarda solo eventi improvvisi e drammatici: anche esperienze negative ripetute nel tempo possono lasciare segni profondi. La reazione è soggettiva: ciò che per una persona è gestibile, per un’altra può risultare destabilizzante. La buona notizia è che il cervello può ricostruire sicurezza e fiducia: con un percorso psicoterapeutico mirato è possibile rielaborare ciò che è accaduto e tornare a vivere con più serenità. Cos’è un trauma psicologico Per trauma psicologico intendiamo l’impatto duraturo di un evento (o una serie di eventi) che ha ecceduto le risorse di coping della persona, lasciando un senso di minaccia, impotenza o perdita di controllo. Non è “debolezza”, ma una risposta umana a uno stress fuori scala. Talvolta i segni compaiono subito; altre volte emergono a distanza di mesi o anni. Come riconoscerlo: i segnali più comuni I sintomi possono riguardare diversi piani: Emotivi: ansia, irritabilità, tristezza persistente, senso di vulnerabilità, vergogna o colpa. Cognitivi: pensieri intrusivi, flashback, ipervigilanza, difficoltà di concentrazione, vuoti di memoria legati all’evento. Fisici: tensione muscolare, disturbi del sonno, tachicardia, somatizzazioni (cefalee, stomaco in “nodo”). Sono frequenti anche evitamenti (luoghi, conversazioni, immagini) e, in alcuni casi, fenomeni dissociativi lievi (sensazione di distacco da sé o dall’ambiente). Se questi segnali durano e interferiscono con la vita quotidiana, è utile una valutazione professionale. Tipologie di trauma Acuto: conseguente a un singolo evento critico (incidenti, aggressioni, eventi naturali). Cronico: esposizione prolungata a situazioni di abuso, violenza o pericolo. Complesso: traumi multipli, spesso iniziati in infanzia/adolescenza, con effetti su identità e relazioni. Esiste anche il trauma relazionale, legato a figure di attaccamento incoerenti o svalutanti: non lascia lividi visibili, ma può influire profondamente sulla fiducia e sull’autostima. Perché il cervello resta in allerta Dopo un evento traumatico il sistema di allarme può rimanere “acceso”: segnali innocui vengono letti come minacce e il corpo si prepara continuamente alla difesa. Per questo compaiono ipervigilanza, stato di allerta, possibili sogni vividi. La psicoterapia aiuta a riconoscere e modulare queste risposte, ristabilendo una sensazione di sicurezza interna. Come la psicoterapia può aiutare (fasi e metodi) La terapia offre uno spazio sicuro e rispettoso per rielaborare il trauma. In genere si procede per fasi: Stabilizzazione: regolazione dell’attivazione (grounding, respiro, routine) ed uso delle risorse personali disponibili; psicoeducazione su cosa accade nel corpo e nella mente. Elaborazione: tecniche mirate per integrare i ricordi traumatici e ridurre la carica emotiva. Integrazione: consolidare gli apprendimenti, riprendere attività significative, aggiornare l’immagine di sé. Gli approcci più utilizzati includono la Terapia Comportamentale Cognitiva focalizzata sul trauma, l’EMDR (desensibilizzazione e rielaborazione tramite stimolazione bilaterale), l’Ipnosi ericksoniana per accedere a risorse interne, e – quando utile – interventi orientati agli schemi relazionali o alla consapevolezza corporea. Un esempio clinico Una persona vittima di un’aggressione riferisce paura intensa quando rientra a casa la sera. Dopo la stabilizzazione, si lavora con l’EMDR e con suggestioni ipnotiche ericksoniane focalizzate su immagini di protezione e forza interiore. In parallelo, esposizioni graduali e collegate con i contesti temuti, accompagnate da tecniche di respiro, consentono di ricostruire una percezione di sicurezza e di tornare a muoversi con autonomia. Strategie complementari che sostengono la cura Mindfulness e grounding: ancorarsi ai sensi nel “qui e ora” riduce l’iperattivazione. Respirazione 4–6: inspira per 4 secondi, espira per 6; impiega almeno 2–3 minuti per calmare il sistema d’allarme. Movimento regolare: camminata, yoga dolce o nuoto favoriscono sonno e regolazione emotiva. Routine di sonno e igiene digitale: orari costanti, schermi ridotti la sera. Diario e auto-compassione: parole gentili verso di sé, soprattutto nei giorni “no”. Quando chiedere aiuto È consigliabile rivolgersi a uno psicoterapeuta quando i sintomi persistono oltre alcune settimane, interferiscono con studio/lavoro/relazioni, emergono evitamenti marcati o si presentano ricordi intrusivi e incubi frequenti. La valutazione iniziale chiarisce obiettivi, priorità e ritmo del lavoro. Domande frequenti Il trauma “passa da solo”? A volte i sintomi si attenuano spontaneamente, ma se persistono o peggiorano è utile un intervento mirato per evitare che si cronicizzino. L’EMDR mi farà rivivere il dolore? L’obiettivo non è rivivere, ma rielaborare in sicurezza. La stimolazione bilaterale aiuta il cervello a integrare le memorie riducendone l’impatto. Quanto dura un percorso? Dipende dalla storia e dagli obiettivi. Dopo la valutazione si concorda un piano personalizzato con monitoraggi periodici. Superare un trauma è possibile. Con pazienza, continuità e una relazione terapeutica solida, la ferita può cicatrizzare e lasciare spazio a nuove possibilità. Nel mio studio a Roma – Monteverde integro Terapia Cognitivo-Comportamentale , EMDR, Ipnosi ericksoniana e interventi su misura per aiutarti a ritrovare sicurezza e fiducia. Vuoi parlare della tua esperienza e capire quale percorso è adatto a te? Prenota un primo colloquio conoscitivo su psicologomonteverde.it (sezione Contatti).

Ti giri e rigiri nel letto, conti le ore che mancano alla sveglia e più cerchi di dormire più resti vigile? Oppure ti addormenti, ma ti svegli alle 3:00 e la mente si accende con pensieri a raffica? Se il sonno è diventato un braccio di ferro quotidiano, è possibile che non sia solo “sfortuna” o cattiva abitudine: spesso l’insonnia racconta qualcosa che la psiche sta cercando di dire. Quando parlare di insonnia (e cosa non è) Per insonnia si intende una difficoltà persistente nell’addormentamento, nel mantenere il sonno o nel risvegliarsi troppo presto, con ricadute su energia, concentrazione, umore e qualità di vita. Non è il singolo periodo stressante o la notte storta: si parla di disturbo quando il problema si presenta almeno 3 volte a settimana per 3 mesi e crea disagio significativo. Segnali che dietro c’è un tema emotivo • Pensieri ripetitivi (“domani andrà male”, “devo dormire per forza”). • Preoccupazione anticipatoria già nel pomeriggio. • Tensione corporea, tachicardia, nodo allo stomaco a letto. • Umore altalenante, irritabilità o tristezza al risveglio. • Evitamento: rinunci ad attività serali per “proteggere” il sonno, ma la pressione a dormire aumenta. Perché la mente non si “spegne”: cosa mantiene l’insonnia • Iper-arousal: il sistema è in allerta, come se dovesse “restare di guardia”. Accade con stress prolungato, ansia o preoccupazioni. • Ruminazione: la mente tenta di risolvere di notte ciò che di giorno rimandiamo, e il letto diventa il luogo del problem‑solving. • Condizionamento: dopo tante notti difficili, il cervello associa il letto alla veglia e all’ansia (“ci risiamo, non dormirò”). • Emozioni non elaborate: lutti, traumi, conflitti, cambiamenti di vita che bussano quando tutto tace. • Abitudini disfunzionali: schermi fino a tardi, caffè serale, sonnellini lunghi, orari irregolari. Il risultato è un circolo vizioso: più temi di non dormire, più controlli il corpo e la qualità del sonno, più l’attivazione aumenta. Cosa funziona in psicoterapia La Terapia Cognitivo‑Comportamentale per l’Insonnia (CBT‑I) è il trattamento psicologico con maggiori evidenze. Lavora su pensieri, emozioni e comportamenti che mantengono il problema, con strumenti pratici e misurabili. Gli elementi chiave: • Psicoeducazione: capire i meccanismi del sonno e dell’ipervigilanza riduce già l’ansia da prestazione del dormire. • Stimulus control: il letto torna ad essere associato solo a sonno e intimità (se non dormi entro 20 minuti, alzati e fai qualcosa di tranquillo, poi rientra quando la sonnolenza riprende). • Ristrutturazione cognitiva: si mettono alla prova convinzioni rigide (“se non dormo 8 ore crollo”) cercando letture più realistiche. • Tecniche di rilassamento e mindfulness: respirazione, rilassamento muscolare progressivo, pratica di consapevolezza per disinnescare la ruminazione. • Lavoro emotivo mirato: quando emergono ansia, depressione, vissuti di perdita o trauma, si integrano interventi specifici (ACT, Schema Therapy, EMDR). Routine serale che aiuta (semplice ma efficace) • Orari regolari: sveglia costante anche dopo una notte difficile. • “Finestra di defaticamento” 60–90 min prima del letto: luci più soffuse, attività calme, niente email/scroll. • Parcheggio delle preoccupazioni: 10 minuti di scrittura per svuotare la mente; chiudi la pagina e rimanda a domani. • Schermi: limita l’esposizione serale e usa filtri luce blu se necessari. • Caffè, tè, alcol: riducili nella fascia tardo‑pomeridiana/serale. • Camera “pro‑sonno”: fresca, buia, silenziosa; il letto come luogo di riposo, non di pianificazione. Un esercizio guidato: 3 passi per la notte difficile 1) Concentrati sul corpo, non sulla mente: 3 minuti di respiro 4‑2‑6 (inspira 4”, pausa 2”, espira 6”). 2) Se dopo 20 minuti sei sveglio, alzati. Leggi due pagine, ascolta musica lenta, svolgi attività non stimolanti. 3) Rientra al letto appena compare la sonnolenza. L’obiettivo non è “addormentarsi subito”, ma smontare l’associazione letto = lotta. Quando è il momento di chiedere aiuto Se il problema dura da mesi, se incide su lavoro, studio o relazioni, o se compaiono ansia marcata, umore depresso o pensieri intrusivi, un percorso psicologico può riportare ordine e sollievo. Nel mio studio a Roma – Monteverde lavoriamo con protocolli CBT‑I integrati a interventi su stress, ansia e regolazione emotiva, definendo un piano personalizzato e monitorando i progressi con semplici diari del sonno. Domande frequenti • Devo eliminare i risvegli? Non sempre. L’obiettivo è ridurne frequenza e impatto: può bastare tornare a dormire con più agilità. • Quanto dura un percorso? Variabile; spesso 6–10 incontri focalizzati sulla CBT‑I producono miglioramenti consistenti, con follow‑up di mantenimento. • Farmaci sì o no? Possono essere utili in alcune fasi su indicazione medica. La terapia psicologica lavora sulle cause e sulla prevenzione delle ricadute. Dormire bene è un atto di cura di sé Il sonno non si forza: si favorisce, togliendo benzina all’ansia e ricostruendo abitudini sane. Se senti che l’insonnia sta raccontando un disagio emotivo, puoi ascoltarlo in modo sicuro e guidato. Prenota un primo colloquio su psicologomonteverde.it (studio a Roma – Monteverde) e costruiamo insieme un piano su misura

