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Crescita Personale

Evitamento psicologico: quando evitare ciò che fa stare male finisce per limitarci

FS
Dott. Fabio Sparatore
Infografica sull’evitamento psicologico: mostra situazioni ed emozioni evitate, il circolo tra disagio, evitamento e sollievo e tre direzioni per cambiare.

Ti è mai capitato di rimandare una telefonata perché temevi quello che avresti potuto sentirti dire? Di evitare una conversazione difficile, rinunciare a un’occasione o distrarti continuamente pur di non entrare in contatto con un’emozione spiacevole?

Evitare qualcosa che ci mette a disagio è una reazione umana. Se una situazione provoca ansia, vergogna, paura o tristezza, allontanarsene può farci sentire immediatamente meglio.

Il problema può emergere quando l’evitamento diventa la risposta abituale al disagio.

Ciò che inizialmente ci protegge può allora restringere progressivamente le nostre possibilità: evitiamo situazioni, decisioni, relazioni o emozioni e, proprio perché le evitiamo, diventano sempre più difficili da affrontare.

Comprendere questo meccanismo permette di distinguere una scelta prudente da un evitamento che finisce per condizionare la propria vita.

Che cos’è l’evitamento psicologico

Con evitamento psicologico possiamo descrivere l’insieme dei comportamenti attraverso i quali cerchiamo di allontanarci da situazioni o esperienze interne percepite come spiacevoli o difficili da tollerare.

Possiamo evitare qualcosa di esterno: una situazione sociale, un confronto, una decisione, un luogo, una responsabilità.

Ma possiamo cercare di evitare anche ciò che accade dentro di noi: pensieri, ricordi, emozioni o sensazioni fisiche.

In psicologia si parla anche di evitamento esperienziale quando la persona cerca ripetutamente di controllare, sopprimere o allontanare esperienze interne indesiderate.

Non tutto l’evitamento è problematico. Evitare un pericolo reale, interrompere una situazione dannosa o prendere temporaneamente le distanze quando siamo sopraffatti può essere utile.

La questione cambia quando evitare diventa una strategia rigida e ricorrente e il prezzo da pagare comincia a essere elevato.

Perché evitare ci fa sentire meglio

L’evitamento è così difficile da abbandonare proprio perché, almeno inizialmente, funziona.

Immaginiamo di dover affrontare una conversazione che ci mette molta ansia. Pensiamo a quello che potrebbe accadere, sentiamo crescere la tensione e decidiamo di rimandare.

Immediatamente proviamo sollievo.

Il cervello può imparare rapidamente questa associazione:

disagio → evitamento → sollievo.

La volta successiva che si presenta una situazione simile, evitare diventa ancora più invitante.

Il problema è che il sollievo immediato non ci permette di scoprire che forse avremmo potuto affrontare quella situazione. Non abbiamo occasione di sperimentare le nostre risorse, tollerare l’emozione o verificare se ciò che temevamo sarebbe realmente accaduto.

Nel tempo può quindi formarsi un secondo circolo:

paura → evitamento → sollievo temporaneo → maggiore difficoltà ad affrontare la situazione → nuova paura.

È uno dei motivi per cui alcune forme di evitamento, pur proteggendoci nel presente, possono mantenere il disagio nel lungo periodo.

Le forme dell’evitamento nella vita quotidiana

L’evitamento non significa necessariamente scappare fisicamente da qualcosa. Spesso assume forme molto più sottili.

Possiamo rimandare continuamente una decisione perché scegliere comporterebbe il rischio di sbagliare. Possiamo evitare di esprimere un bisogno perché temiamo il conflitto o il giudizio dell’altro.

A volte ci teniamo costantemente occupati per non entrare in contatto con ciò che proviamo. In altri momenti analizziamo un problema all’infinito senza arrivare a una decisione concreta, come nell’overthinking: pensare dà la sensazione di stare affrontando la difficoltà, ma può anche diventare un modo per rimandare l’esperienza o l’azione.

Anche la ricerca continua di rassicurazioni può avere una funzione simile quando serve soprattutto a ridurre temporaneamente l’incertezza.

Nelle relazioni l’evitamento può manifestarsi attraverso il silenzio, il ritiro durante un conflitto o la difficoltà a mostrare parti vulnerabili di sé.

Questi comportamenti non hanno sempre lo stesso significato. Per comprenderli è importante chiedersi non soltanto che cosa sto facendo, ma soprattutto da che cosa sto cercando di proteggermi.

Evitamento, ansia e autosabotaggio: qual è la differenza?

Evitamento e autosabotaggio possono intrecciarsi, ma non coincidono.

Nell’autosabotaggio l’attenzione è sul risultato: desideriamo qualcosa ma mettiamo in atto comportamenti che finiscono per ostacolarci.

Nell’evitamento il punto centrale è invece la funzione del comportamento: cerchiamo di ridurre o non sperimentare un disagio.

Una persona potrebbe, per esempio, desiderare un nuovo lavoro ma non inviare mai una candidatura.

Dal punto di vista dell’autosabotaggio sta ostacolando un proprio obiettivo. Dal punto di vista dell’evitamento possiamo domandarci quale esperienza stia cercando di non affrontare: il rischio di un rifiuto? La paura di essere giudicata? L’incertezza? La possibilità di scoprire di non sentirsi abbastanza preparata?

Comprendere questa differenza aiuta a non fermarsi al comportamento visibile.

Dietro un “non lo faccio” può esserci un “non voglio sentire ciò che temo di provare se lo faccio”.

Come riconoscere il proprio evitamento

Un modo utile per osservare questo meccanismo è prestare attenzione alle situazioni nelle quali compare un sollievo immediato dopo una rinuncia.

Puoi chiederti:

  • Che cosa stavo per fare prima di decidere di evitarlo?
  • Quale emozione o sensazione provavo?
  • Che cosa temevo potesse accadere?
  • Come mi sono sentito subito dopo aver evitato?
  • Qual è stato invece il costo dopo qualche ora, giorno o settimana?

L’ultima domanda è particolarmente importante.

L’evitamento tende infatti a essere convincente quando osserviamo soltanto il breve periodo. “Non sono andato e mi sono tranquillizzato” sembra dimostrare che evitare sia stata la soluzione.

Allargando lo sguardo potremmo però accorgerci che quella scelta ci ha fatto perdere un’opportunità, ha aumentato la paura della situazione o ci ha portato a sentirci ancora meno capaci di affrontarla.

Auto-osservarsi non significa obbligarsi a fare tutto ciò che spaventa. Significa iniziare a distinguere una scelta consapevole da una rinuncia governata principalmente dalla paura.

Dal controllo alla capacità di attraversare il disagio

Ridurre l’evitamento non significa cercare volontariamente la sofferenza né costringersi ad affrontare qualsiasi paura.

L’obiettivo è sviluppare maggiore flessibilità.

Un primo passo può essere riconoscere che provare disagio non significa necessariamente essere in pericolo. Ansia, vergogna, tristezza e incertezza possono essere difficili da tollerare, ma fanno parte dell’esperienza umana.

Può essere utile anche procedere gradualmente. Se una situazione viene evitata da molto tempo, pretendere di affrontarla improvvisamente può risultare eccessivo. Piccoli passi sostenibili permettono invece di sperimentare che un certo livello di disagio può essere attraversato.

Le pratiche di consapevolezza possono aiutare a osservare pensieri, emozioni e sensazioni senza reagire automaticamente con la fuga o con il tentativo di eliminarli.

Un’altra domanda utile riguarda ciò che conta per noi: se la paura non decidesse al mio posto, in quale direzione vorrei muovermi?

Il cambiamento non consiste necessariamente nel sentirsi tranquilli prima di agire.

Talvolta consiste nell’imparare ad agire anche in presenza di una quota tollerabile di disagio.

Quando l’evitamento riguarda le relazioni

Le relazioni rappresentano uno degli ambiti nei quali l’evitamento può diventare particolarmente complesso.

Avvicinarsi emotivamente a qualcuno significa infatti esporsi alla vulnerabilità: possiamo essere giudicati, delusi, rifiutati o feriti.

Alcune persone reagiscono proteggendosi attraverso la distanza. Possono evitare conversazioni emotivamente intense, fare fatica a esprimere bisogni e sentimenti oppure allontanarsi quando un rapporto diventa più coinvolgente.

In altri casi l’evitamento può essere collegato a esperienze relazionali precedenti nelle quali fidarsi o mostrarsi vulnerabili è stato doloroso.

Non ogni bisogno di distanza indica una difficoltà psicologica. Ognuno ha tempi, confini e modalità relazionali differenti.

Diventa però utile interrogarsi sul meccanismo quando il desiderio di vicinanza si accompagna ripetutamente alla necessità di fuggire proprio quando quella vicinanza diventa possibile.

Quando può essere utile chiedere aiuto

Evitare occasionalmente una situazione difficile non significa avere un problema psicologico.

Può essere utile confrontarsi con uno psicologo quando l’evitamento diventa frequente, limita progressivamente attività importanti oppure interferisce con il lavoro, le relazioni e le proprie scelte.

Un percorso psicologico può aiutare a comprendere quali emozioni vengono evitate, quali paure mantengono il comportamento e quale funzione protettiva abbia assunto nel tempo.

Il lavoro non consiste semplicemente nel dire alla persona di “affrontare le proprie paure”.

Significa costruire gradualmente condizioni che permettano di tollerare meglio il disagio, riconoscere i propri automatismi e sperimentare risposte differenti.

In alcuni casi può essere importante anche comprendere se dietro l’evitamento siano presenti esperienze precedenti particolarmente dolorose o schemi relazionali che continuano a influenzare il presente.

Smettere di evitare non significa smettere di avere paura

Spesso aspettiamo di sentirci pronti prima di fare qualcosa che ci mette in difficoltà.

Ma se la condizione per agire diventa “non devo più avere paura”, il momento giusto potrebbe continuare a spostarsi.

Il cambiamento può iniziare da una domanda diversa: non “come faccio a non provare più questa emozione?”, ma “posso fare un piccolo passo anche mentre questa emozione è presente?”.

L’evitamento cerca di proteggerci dal disagio. Per questo riconoscerlo senza ricorrere all’autocritica può essere un primo passo.

Possiamo invece osservare se quella protezione è ancora utile oppure se, nel tentativo di evitare ciò che ci fa stare male, stiamo rinunciando anche a esperienze, relazioni e possibilità che per noi hanno valore.

Ti riconosci in questo meccanismo?

Se ti accorgi di rinunciare spesso a situazioni, decisioni o relazioni per paura delle emozioni che potrebbero suscitare, un percorso psicologico può aiutarti a comprendere cosa mantiene questo schema e a sviluppare modalità più flessibili per affrontare il disagio.

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